Nei giorni scorsi Roma e Milano hanno ospitato l’annuale forum sulla finanza sostenibile, un’occasione che ha saputo illuminare ed informare gli investitori del nostro paese che scelgono di investire i propri risparmi con una mano sul portafogli e l’atra sul cuore. La finanza sostenibile richiede, infatti, che gli investimenti siano certamente finalizzati all’ottenimento di un guadagno, ma che si basi su fonti di finanziamento legate all’etica, che sappiano supportare progetti diversi e alternativi a quelli proposti dai comuni mercati finanziari.

Di base, si tratta dei cosiddetti Social and Responsible Investments (Sri), ovvero di strategie di investimento che sono orientate al medio e lungo periodo e che ai classici obiettivi di ottimizzazione associano considerazioni di matrice etica, ambientale e di governance, la cosiddetta ESG, ovvero Environmental, Social and Governance. Si tratta di forme di investimento alternative ai classici mercati finanziari, che nel corso degli anni stanno riscuotendo sempre più successo fra gli investitori e che nel 2014 hanno localizzato gli asset dedicati a questa tipologia di investimenti a più di 21 miliardi di dollari nel mondo, dove la metà è supportata dal mercato europeo. Si tratta di asset che interessano principalmente i fondi di investimento, le polizze assicurative e anche i fondi pensione, che da una parte assolvono al compito di proporsi come good corporate citizen, mentre dall’altro rivelano un fermento e uno stato di attività decisamente interessanti dal punto di vista economico e finanziario.

Ma come è possibile investire in questi prodotti? Ora che abbiamo chiarito la tipologia e anche le forme di queste tipologia di investimento, possiamo osservare quali sono le strategie finanziarie ad essi collegati. Le strategie che interessano la finanza sostenibile iniziano con il principio dell’esclusione, ovvero con la richiesta di un approccio che mira ad escludere dai propri investimenti dei settori che vengono considerati eticamente scorretti, come ad esempio le armi, la pornografia, i test sugli animali ecc… A ciò segue la richiesta che i prodotti seguano delle convenzioni internazionali, ovvero che gli investimenti si basino sul rispetto delle norme standard OCSE ed ONU e riconosciute come valide dai governi.

I nomi dei ‘clienti’ da inserire nel portafoglio dei propri investimenti responsabili vanno quindi scelti secondo criteri di governance, di ambiente e di socialità, dove è buona norma premiare le società più virtuose e compiere una scelta tematica che può interessare la ricerca nella salute, la salvaguardia dell’ambiente e anche lo sviluppo di tecnologie a basso impatto ambientale.

Per quanto riguarda l’engagement, la finanza etica punta sul dialogo fra impresa e finanziatori, in modo da influenzare positivamente il comportamento delle aziende e non provocare dei cambi di rotta che potrebbero tradursi in una rottura dei parametri che hanno portato alla scelta di una certa azienda sulla quale investire. Il tutto si completa con l’impact investing, ovvero con lo strumento che si propone di investire in imprese fondi oppure organizzazioni che vantano un obiettivo positivo dal punto di vista sociale ed ambientale, il quale si associa ad un ritorno economico chiaramente stimato a priori in fase di valutazione dell’investimento.

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