La discussa riforma del lavoro decisa dal ministro Fornero ha portato a sostanziali cambiamenti nei contratti di assunzione e nella stabilità lavorativa. La parola d’ordine è flessibilità che si traduce, però, in una maggiore facilità di licenziamento e in una minore possibilità di reintegro. Vediamo insieme i contratti “atipici” più conosciuti, quelli, cioè, che nel tempo stanno diventando il vero standard per entrare nel mondo del lavoro.

Contratto a progetto

Diverso dal vecchio contratto di collaborazione coordinata e continuativa (CoCoCo), il contratto di collaborazione a progetto (CoCoPro) è oggi una delle forme più diffuse per quanto riguarda le assunzioni di giovani e meno giovani. Le modifiche apportate a questo contratto hanno individuato diverse restrizioni atte ad evitare ciò che sovente accade nelle aziende e cioè che sotto un contratto formalmente registrato come collaborazione a progetto si celi, invece, un rapporto di lavoro dipendente. Le peculiarità del contratto a progetto sono quindi che il lavoro indichi un obiettivo da raggiungere, entro limiti stabiliti, da un lavoratore che autonomamente gestirà una o più fasi di lavoro atte al conseguimento del traguardo prefissato. Nel contratto a progetto, inoltre, non è contemplato il periodo di prova e la retribuzione, così come deciso dalla Fornero, dovrà necessariamente rispettare un minimo stabilito dai contratti collettivi nazionali. Il licenziamento può avvenire per giusta causa o inidoneità professionale ed un eventuale periodo di malattia porta ad una sospensione del contratto ma non alla sua risoluzione. Da notare che la sospensione non implica una proroga nella durata del contratto e che per quanto riguarda i contribunti Inps i 2/3 sono a carico dell’azienda e la restante parte a carico del lavoratore.

Contratto di apprendistato

Si tratta della formula più diffusa tra i giovani e quella maggiormente auspicabile, a detta del ministro Fornero, per far sì che i giovani entrino nel mondo del lavoro dalla porta principale con un periodo che li professionalizzi e li renda idonei all’inserimento in azienda con successivo contratto a tempo indeterminato. Il contratto di apprendistato può essere di tre tipi. Il primo, per qualifica e diplomi professionali, può essere stipulato con ragazzi dai 15 ai 25 anni d’età per massimo 3 anni o 4 in caso di diploma regionale quadriennale. Il secondo, detto anche contratto di mestiere, interessa i giovani dai 18 ai 29 anni con durata massima di 3 anni, 5 per gli artigiani. L’apprendistato di alta formazione e ricerca, invece, pur interessando i giovani dai 18 ai 29 anni, ha durata da concordare con regioni, università, altri enti scolastici e parti sociali. Chi viene assunto con una di queste formule dovrà seguire una formazione individuale con la presenza di un tutor aziendale, godere di tutte le garanzie previdenziali ed assicurative previste anche dagli altri contratti di lavoro e in caso di malattia prevedere un prolungamento contrattuale di 30 giorni.

Contratto a tempo determinato

Il contratto a tempo determinato, che può rappresentare una reale esigenza per diverse aziende, resta una forma di assunzione contemplata anche dal ministro Fornero che tuttavia applica delle restrizioni per evitare abusi. La durata massima di un contratto di questa tipologia, infatti, non potrà superare i 3 anni. Lo stesso, tuttavia, potrà essere rinnovato ma solo dopo una pausa di almeno 60 giorni. Il contratto, da redigere in forma scritta, potrà essere verbale se e solo se il periodo di lavoro previsto non supera i 12 giorni ed è in ogni caso vietato per sostituire lavoratori in sciopero, per le aziende non in regola con la sicurezza sul lavoro e per quelle che applicano la cassa integrazione o hanno effettuato licenziamenti collettivi nei 6 mesi precedenti. In ogni caso l’azienda dovrà giustificare l’assunzione a tempo determinato con fattori come picchi di produzione dovuti, per esempio, ad attività stagionali, sostituzione di personale in malattia o ferie, etc.

Foto: genova.erasuperba.it

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