Si tratta di uno dei punti più controversi sui quali il Ministro Fornero ha apportato sostanziali modifiche. Stiamo parlando delle normative che regolano il licenziamento del dipendente e l’eventuale reintegro nel posto di lavoro, in un’azienda con almeno 15 dipendenti, se il giudice ritiene che i fatti non sussistono. Ecco cosa è davvero cambiato.

Prima della tanto chiacchierata modifica all’articolo 18, un lavoratore poteva essere licenziato per giusta causa (furti in azienda, insubordinazione, rifiuto di lavorare, etc) o per giustificato motivo soggettivo (problemi meno gravi ma comunque tacciati di aver leso il rapporto con colleghi e superiori come le violazioni disciplinari). I motivi per il licenziamento restano pressoché identici. Ciò che cambia è il modo in cui l’azienda potrà agire contro il dipendente.

Se, infatti, il giudice ritenesse il licenziamento illegittimo, il dipendente potrebbe comunque non essere reintegrato nel suo posto di lavoro e percepire, invece, un’indennità pari ad un massimo di 2 anni di stipendio. Se il giudice riscontrasse invece che il fatto non è mai davvero avvenuto, al lavoratore sarebbe garantito il reintegro ed un’indennità di retribuzione pari al periodo non lavorato dopo il licenziamento stesso.

Discorso simile per i licenziamenti economici, ovverosia quelli che avvengono per giustificato motivo oggettivo non dipendente dalla condotta del lavoratore ma da incombenze dell’azienda (mancanza di denaro per proseguire l’attività, automazione della produzione e così via). Anche in questo caso, se fosse riscontrata l’infondatezza del licenziamento, il lavoratore avrebbe diritto al reintegro. Per infondatezza dovrà intendersi la scoperta del fatto che l’azienda ha palesemente tentato di camuffare il licenziamento, motivato da altre ragioni, ritenendolo necessario per motivi economici. Diversamente, il dipendente potrà usufruire di un indennizzo pari alla retribuzione che avrebbe maturato in 15-24 mesi di lavoro.

Per i licenziamenti discriminatori, ovverosia legati alla partecipazione di uno sciopero, legati al sesso o a motivi razziali e religiosi, le cose rispetto al passato cambiano ben poco. Anche in questo caso è assolutamente previsto il reintegro del dipendente ma quest’ultimo, offeso nella sua persona, potrà scegliere di rifiutare il reintegro costringendo l’azienda a risarcirlo con 15 mensilità.

Foto: palermomania.it

Tags:

Sorry, Comments are closed.