Fare startup in Italia non è difficile, è impossibile. Lo Stato italiano tende a distruggere le potenzialità di qualunque impresa perché ha un disperato bisogno di soldi, soldi che servono per mantenere le infinite caste che succhiano il sangue di questo sfortunato paese: dai politici ai sindacalisti, dai pensionati con il retributivo ai membri delle varie corporazioni garantite.

Il risultato è che le imprese non riescono nemmeno ad arrivare al secondo anno di vita. Chiudono prima lasciandosi dietro uno strascico di sofferenze, sacrifici e tasse non pagate.

La divertente storiella che riportiamo oggi è stata scritta dal grande Antonio Lupetti, uno dei massimi influencer italiani in tema di startup ed esemplifica, con un linguaggio piacevole, la situazione attuale italiana:

Lui si chiama Marco Z. ma per gli amici è solo Mark. Un giorno, agli inizi del 2004, sbarca a Milano per un pitch con un investitore dai modi ruvidi e il fiuto per gli affari.
– L’idea è questa: un social network.
L’investitore lo fissa con diffidenza: – E che cazzo sarebbe?
Mark glielo spiega con entusiasmo e pazienza. D’altronde è il 2004 e di “social network” nessuno ha mai sentito parlare. All’investitore l’idea piace.
– Sei un genio Mark! Ti finanziamo! Hai un nome per questo… come hai detto che si chiama questa roba?… ah, sì, social network?
– Si chiamerà Fakeboom!

Da quel momento la vita di Mark viene stravolta. Si trasferisce al nord con il cuore che tracima gioia per dedicarsi alla sua startup e si sistema nella bambagia Milanese, nel “campus”, l’open space dove tutti sognano un giorno di lavorare. L’investitore giuggiola quando lo vede presentarsi nel suo ufficio in stile zen una rigida mattina di gennaio.
– Dunque ragazzo, qui funziona così. Noi ti diamo ventimila cucuzze, ti forniamo gli uffici e i servizi amministrativi per sviluppare Fakeboom. Mi segui?
– Sono felicissimo!
– Perché mai?
– Perché, come ha appena detto lei, mi fornite gli uffici, i servizi amministrativi e poi mi date anche ventimila cucuzze!
– Beh, che ti credi? Quelli ce li devi ridare.
Mark non capisce. L’investitore allora si spiega meglio.
– Noi ti diamo ventimila euro, tu ogni mese ce ne ridai un po’ indietro con gli interessi. Capisci? Così non serve che ti indebiti con la banca. Ti indebiti direttamente con noi. Ora ti è chiaro?
A Mark non lo è. Credeva che gli investitori operassero diversamente. Spulcia l’accordo, dubita, domanda:
– Ma così alla fine ve ne devo ridare quasi quarantamila di euro!
– E siamo pari. Accetti?
Mark accetta.

Prende i soldi e si piazza negli uffici del campus dove si respira la contaminazione digitale. Una settimana più tardi apre una partita iva e registra la società alla camera di commercio. Il notaio è un vecchietto affabile dai modi cortesi. Tre minuti, una firma, milleduecento euro, senza fattura, sennò sono mille e cinque.
A Mark la fattura non serve, sborsa il dovuto.
È felice.

Mette sotto contratto tre sviluppatori a settecento euro netti al mese (sono italiani perché i tre ragazzi del Bangladesh con cui era in contatto, nel loro inglese lento e smozzicato, quando si sono resi conto della cifra, hanno rifiutato ) e si chiude nel suo cubicolo a scrivere righe e righe di codice. Pian piano la sua creatura prende forma. Passa un mese, paga l’affitto del campus, gli stipendi, lui lavora giorno e notte senza intascare un centesimo, si dedica alla sua startup.
È felice.

A marzo iniziano le prime rogne. Lo chiama il commercialista.
– Mark, c’è da pagare l’anticipo IRPEF entro il 16 del mese. Sono duemilatrecentosessantotto euro. E oltre agli stipendi (duemilacento euro) c’è da pagare l’F24 dei dipendenti entro il 18. Sono altri novecentonovantasei euro. E infine c’è da pagare anche l’F24 per la tua posizione INPS. Sono altri mille e rotti.
Mark paga più di quattromila euro anche se più della metà, al netto degli stipendi, non capisce perché debba pagarla.
Però è felice.

Passa un altro mese e con la primavera arriva la Guardia di Finanza. Il maresciallo è un tipo dal tono altezzoso e i modi spiccioli.
– Sono il Maresciallo Scafroglia. Controllo partite iva. Sequestriamo tutto, solo temporaneamente. Un paio di giorni al massimo, giusto il tempo per qualche controllino.
I giorni passano. La Finanza controlla e trova tutto in ordine. Ma intanto sono passate due settimane anziché due giorni.
Mark, nonostante tutto, continua a essere felice perché sa che la strada del successo è minata di insidie e non demorde.

Passa un altro mese e il telefono squilla inesorabile: il commercialista.
– Mark, c’è da pagare l’anticipo IVA. E siccome questo è il primo anno di attività paghi doppio. Sono quattromilanovecentocinquantaquattro euro.
Mark impallidisce.
– Come sarebbe il doppio?
Il commercialista glielo spiega.
– Visto che lo Stato sa che tanto chi fa impresa non dura più di un anno, gioca in anticipo e ti fotte anche per il secondo. Capisci?
Mark paga, ma non capisce e nel frattempo comincia a non essere più tanto felice.

Passano altri mesi e Fakeboom è on-line. Va tutto bene.
O quasi. A dodici mesi dal lancio, a maggio, i fondi scarseggiano e pure i ricavi.
Alle otto di un pallido lunedì mattina riceve l’ennesima chiamata del commercialista.
– Mark, ti mando l’F24 per pagare le tasse dell’anno precedente. Sono quindicimila e rotti euro.
– Cosa? Ma non abbiamo fatto un centesimo di utili!
– Mi dispiace amico mio, ma con gli studi di settore qualche utile lo devi dichiarare, altrimenti non sei congruo e lo Stato si incazza. Capisci?
Mark non capisce.
– Ma io questi soldi non ce li ho! Così devo licenziare tutti i dipendenti!
– Il licenziamento costa millecinquecento euro a cranio. A questo devi aggiungerci il TFR e la parcella per il consulente del lavoro. Se non vuoi noie future ti consiglio pure un accordo a livello sindacale.
– Quanto costerebbe il tutto?
– Te la cavi con otto, forse novemila, euro.
– Ma così chiudo baracca!
– Per chiudere la società e la partita iva servono altri tremila euro. Ma se hai buffi non è così semplice. A proposito Mark, ci sarebbe la mia parcella del trimestre. Sono duemila e trecento euro.

Da quel momento di Mark e della sua creatura non si è saputo più nulla. Fakeboom non è mai successo, e di quella strana creatura chiamata “social network”, grazie al fisco italiano, nessuno ne è mai venuto a conoscenza.

Dedicato a tutti quelli che almeno una volta nella vita si sono sentiti un po’ Mark.

Riportiamo la storia come segno di solidarietà verso tutti coloro che hanno provato a fare impresa in Italia. E’ una pazzia? Probabilmente sì, chi vorrebbe fare impresa in Italia dovrebbe molto più semplicemente iniziare a fare la valigie. Visto che ormai non ci fanno più votare, dobbiamo almeno cominciare a votare con i piedi.

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