Sono molti i lettori che ci scrivono chiedendoci perché Vogue chiude. Ecco la risposta di una giornalista di Vogue.

Breve (mica tanto) considerazione sulla chiusura dei vari Vogue.

Sono entrata in Condé Nast subito dopo la laurea e ho cominciato a lavorare a Vogue Pelle a 23 anni. E per quanto sprovveduta io fossi, mi ci sono voluti 5 minuti per capire che lí dentro qualcosa non andava.

All’epoca, la vita di redazione era surreale. Colleghe che non sapevano l’inglese giù a fare titoli in Voguish con risultati demenziali tipo “The Now Look”. Colleghe bravissime relegate a fare didascalie. Aperitivi in ufficio con vassoi di Bloody Mary in arrivo dai bar di Corso Sempione. Stronzaggine gratuita e arroganza a palate. Pomeriggi e sere e notti nei famosi guardaroba, a far valigie per le redattrici. Servizi fotografici in location, con troupe di dieci persone per scattare quattro paia di scarpe. Gente che chiamava uffici stampa a caso, per farsi regalare la qualunque. I soldi ancora c’erano, l’internet doveva ancora esplodere, ma insomma non ci voleva un genio per capire che cosí non poteva durare a lungo.

Oggi Condé Nast paga decenni di gestione miope e totalmente inefficiente, schiava di favoritismi vergognosi e politiche inette che erano talmente MACRO da essere evidenti già quindici anni fa pure agli occhi di una ragazzetta provinciale di 22 anni che ci metteva piede per la prima volta.

Qualche anno fa, durante un colloquio con un’altra casa editrice, mi è stato chiesto perché me ne ero andata da Condé Nast.
Ho risposto che fare la giornalista lí era come essere uno dei violinisti sul Titanic.
L’HR mi ha liquidato con una risata, dicendo “ahahaha figurati se Condé Nast affonda”.

Oggi nell’editoria c’è veramente poco da ridere, alla faccia degli HR miopi e poco svegli.

Peccato che adesso a farne le spese – come sempre – siano i poveri cristi, e non gli artefici di questa colossale débâcle.
Quelli avranno il cu*o coperto sempre.

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