L’effetto della manovra Monti si era già fatto sentire ampiamente con l’aumento dell’IVA passata dal 20 al 21%. Pare, però, che il rischio di nuovi aumenti su questi punti percentuali non sia stato ancora scongiurato e che l’incubo dell’IVA al 23% non sia ancora un brutto sogno da lasciarsi alle spalle.

Il taglio alla spesa pubblica che ha portato a risparmiare 4,2 milioni di euro per i prossimi sette mesi ha messo per ora solo in stand by un eventuale rialzo in tal senso ma la strada, come anticipano dal Governo, è ancora lunga e per niente facile da percorrere.

Ma cosa succederà davvero se l’aliquota IVA ordinaria sarà più in là aumentata al 23%? Banale ma necessario ricordare il primo punto: a farne le spese per l’acquisto dei generi di prima necessità saranno innanzitutto le famiglie seguite dalle imprese che a causa di questo rincaro potrebbero ulteriormente perdere la capacità di competere sul mercato internazionale.

La Confesercenti ha provato a rendere in cifre questo disagio. Un aumento dell’IVA di ben 2 punti percentuali significherebbe per le famiglie italiane un ulteriore spesa annua di ben 576 euro circa che vanno a sommarsi ai 150 euro annui di aumento già subìti con il rialzo dell’aliquota IVA dal 20 al 21%.

Quello che preoccupa però, oltre al diretto aggravio sulla spesa dovuto all’imposizione fiscale, è l’aspetto inflazionistico. Un simile aumento condurrebbe infatti ad una crescita dei prezzi dei prodotti di consumo di circa 1,5 punti percentuali diminuendo così il potere di acquisto degli italiani.

Molta preoccupazione, come dicevamo poc’anzi, anche per le imprese ed in particolare per il settore turistico, vero motore dell’economia di moltissime località italiane. Mentre in Europa l’aliquota IVA per il settore alberghiero si aggira infatti sugli 8,3 punti percentuali, qui in Italia si passerà dal 10 al 12% per opera dell’ormai tanto chiacchierato decreto “Salva Italia”.

Foto: economiaefinanza.blogosfere.it

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