È stato per mesi uno dei problemi più dibattuti dal nuovo Governo tecnico ed ora arriva la certezza di quanto finora è stato semplicemente detto. Tutti coloro che andranno in pensione prima dei 65 anni di età vedranno diminuire drasticamente il contributo mensile erogato loro dallo Stato.

Quelle che fino a poco tempo fa erano semplici congetture sono purtroppo diventate realtà con i nuovi coefficienti di trasformazione che è possibile consultare sulla Gazzetta Ufficiale.

Per chi non fosse avvezzo a questa terminologia abbastanza tecnica, i coefficienti di trasformazione altro non sono che le percentuali di rivalutazione da sommare al montante contributivo ovverosia all’ammontare dei contributi versati dal cittadino durante tutti gli anni del suo lavoro.

I nuovi coefficienti resi noti in questi giorni dal Governo avranno una validità di tre anni, dal 2013 al 2015, e premieranno tutti coloro che decideranno di continuare a lavorare dopo il compimento del 65esimo anno d’età. Eliminata l’unica finestra di uscita dal lavoro così come era stato legiferato nel 2010. A partire dal 2013 sarà possibile decidere quanto lavorare ancora dopo il compimento dei 65 anni di età con coefficienti che aumentano all’aumentare dei contribuiti versati in piena idea “più versi, più percepisci”.

Secondo alcuni calcoli sviluppati in proposito dal Sole 24Ore emergono dati abbastanza inquietanti. Prendendo come riferimento un montante di 300mila euro, una persona che decide di andare in pensione al compimento del 65esimo anno d’età vedrà ben 555 euro in meno all’anno nella sua pensione rispetto all’anno in corso. La stessa persona che decidesse invece di continuare a lavorare fino ai 70 anni riuscirà a percepire annualmente ben 2.760 euro in più rispetto agli standard attuali.

Oltre ai coefficienti di trasformazione negativi sino al 65esimo anno d’età, a preoccupare è anche la metodologia con la quale verrà rivalutato il montante contributivo. Quest’ultimo, infatti, viene valutato tenendo conto del Pil degli anni precedenti. Per il prossimo triennio si prenderà in considerazione il Pil dal 1990 al 2007 lasciando volutamente fuori gli anni successivi al 2007 per la crisi economica che il nostro Paese sta attraversando. Quello che desta preoccupazione riguarda il futuro non proprio imminente. Se, infatti, la situazione economica non dovesse risollevarsi nel prossimo triennio, il montante contributivo rivalutato negli anni successivi al 2015 potrà incidere negativamente sul calcolo di tutte le pensioni, anche di quelle dei contribuenti che decidano di lavorare di più per percepire un contributo mensile più alto.

Foto: economiaefinanza.blogosfere.it

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