È appena stata varata la spending review che dovrebbe portare tagli per ben 25 milioni di euro che all’orizzonte già si affaccia una nuova proposta per i tagli d’autunno. D’altronde la situazione ha davvero dei contorni tutt’altro che rosei. Con il Pil a -2,5% e un debito pubblico in costante aumento, si è già pensato di correre ai ripari con nuove manovre anti-debito.

Ma perché si rendono così necessarie a così poca distanza dal primo notevole taglio? La risposta è semplice ma purtroppo molto poco positiva. Lo Stato italiano deve ai suoi creditori (piccoli risparmiatori, Stati esteri, grandi realtà finanziarie, etc) una somma pari a 1.960 miliardi di euro, una cifra a dir poco astronomica. Per onorare il debito verso chi ha creduto nei mercati e vi ha investito, serve non poca liquidità. Ma lo stesso debito, per essere onorato senza problemi di sorta, dovrebbe ritrovarsi in un rapporto equilibrato col Pil del Paese debitore. Secondo il “Patto di stabilità”, documento alla base della creazione e promulgazione dell’euro, il rapporto non deve superare il 60% ma ad oggi l’Italia è a circa il 120%.  Lo spread poi, dal canto suo, con i suoi saliscendi non fa che peggiorare la situazione.

Per cercare di risanare quanto più possibile questo quadro tutt’altro che incoraggiante, l’Unione Europea ha stabilito che ogni anno questo rapporto ormai esorbitante decresca del 5% e, per farlo, la prima spending review da sola non basta.

Ecco allora in cosa consisteranno i nuovi tagli previsti, forse, già da settembre. Si parte dalla vendita, già in corso, di alcuni immobili pubblici. Segue la rivalutazione delle concessioni (come ad esempio quelle per gli stabilimenti balneari) e la cessione allo Stato delle partecipazioni quotate o non quotate in borsa (parliamo quindi di grandi nomi come Enel, Finmeccanica, Poste Italiane e così via).

Le casse previdenziali dei professionisti dovranno inoltre essere rimpinguate di maggiori somme di denaro da investire in Titoli di Stato mentre i capitali detenuti illegalmente in Svizzera saranno tassati una tantum del 25% e poi, a regime, del 20% annui. Quello che resta da capire è come sarà possibile calcolare questa percentuale su una base imponibile sconosciuta. Attraverso diversi incentivi e disincentivi fiscali, poi, si cercherà di allungare il più possibile il lasso di tempo per sanare il debito mentre diminuiranno sensibilmente i finanziamenti ai partiti, ai sindacati ed altre spese pubbliche. Fin qui potrebbe sembrare che i contribuenti siano toccati in misura minore della prima spending review ma su di loro incombe un nuovo pericolo ovverosia il possibile taglio di molte agevolazioni fiscali.

Foto: expoitalyonline.it

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