La crisi avanza e lo Stato cerca in tutti i modi di farvi fronte, con l’aumento dell’Iva che transita dal 20%  al 21 %,  con l’introduzione dell’Imposta Provinciale di Trascrizione (IPT) l’aumento qua e là di qualche contributo … ma tutto ciò ancora non basta! E allora che fare? Perché non seguire l’esempio di alcuni Paesi ed introdurre una tassa patrimoniale? Si sono chiesti alcuni politici audaci scatenando un vortice di polemiche. Ma cos’è in realtà questa benedetta tassa?

Per patrimoniale ci si riferisce a qualsiasi tipo di tassa calcolata sul patrimonio del contribuente piuttosto che sul suo reddito. In realtà non si tratta di una novità assoluta, in quanto nel 1992 il governo Amato prescrisse un prelievo obbligatorio del sei per mille su tutti i conti correnti bancari, inoltre, esistono altre tasse patrimoniali in Italia tra cui è possibile citare l’Ici, abolita sulle prime case e oggi applicata solo sulle seconde e l’imposta di successione.

I Paesi nei quali si paga la sopracitata tassa in Europa sono la Svezia e la Norvegia, mentre negli Stati Uniti si pagano forti imposte di successione e sul possesso di immobili. Ma ritornando all’Italia possiamo dire che molti economisti e politici la propongono come soluzione per abbattere rapidamente il debito italiano o come unica strada per ridurre le tasse sul lavoro.

Le proposte sono diverse: c’è chi propone di tassare dello 0,1% tutti i patrimoni, ma il rischio è ovviamente quello di colpire le fasce più deboli, e c’è invece chi propone una tassa di circa 30 mila euro per il terzo di italiani più ricchi.

Fonte Immagine: qelpress.wordpress.com

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